Una raccolta di opere del grande maestro

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L’evento è a cura di Arialdo Ceribelli e Umberto Palestini e si svolge dal 17 marzo al 1 maggio 2016
apertura:
da lunedì a sabato 9.00 – 19.00
domenica e festivi 10.00 – 13.00 / 15.00 – 18.00

La mostra espone oltre trenta capolavori del famoso artista seicentesco Rembrandt Harmenszoon van Rijn noto appunto come Rembrandt. Si stima che in vita l’autore ne abbia realizzate quasi 400, oltre a circa 300 dipinti riconosciuti e 2000 disegni di cui si conservano ancora solo un centinaio.

Gli spazi sono stati allestiti con opere di altissimo pregio, alcune delle quali provenienti da Londra. L’evento è significativo in una città sede di prestigiose scuole di grafica ed incisione come l’Accademia di Belle Arti, l’ISIA e la Scuola del Libro.

Si tratta per tanto di una mostra, che offre tra le altre cose l’opportunità di far riflettere sul ruolo formativo della scuola urbinate che ha annoverato generazioni di artisti, i quali, anche in epoca moderna e contemporanea, hanno saputo rinnovare il linguaggio della tradizione artistica e che spesso hanno trovato in questo stesso artista un’importante fonte d’ispirazione.

Rembrandt è attento ai dettagli, anche se spesso lascia parti scenografiche e figure abbozzate, che diventano lievi e quasi eteree, in funzione di un perfetto equilibrio formale e di un diretto impatto emotivo. Ed è proprio sull’emotività, e sulla ricerca di comprensione della complessità dell’animo umano che si basa gran parte della sua ricerca. Definito artista della luce, Rembrandt tratta questo elemento con un impatto sulla materia che restituisce la sensazione percepibile dell’emozione, del dramma dell’esistenza, e la voglia in chi guarda di scavare nei dettagli delle linee incise.

L’artista olandese, non è mai stato in Italia ma ammirava profondamente le incisioni di Mantegna, dei Carracci, di Francesco Vanni. Redon ne scriveva – ha conservato la sensibilità che conduce nei sentieri del cuore, di cui ha frugato tutte le pieghe”.

La mostra, curata da Arialdo Ceribelli e Umberto Palestini, con Patrizia Foglia alla redazione delle schede critiche, sancisce la collaborazione tra l’Accademia Raffaello, l’Accademia di Belle Arti di Urbino e la Galleria Ceribelli di Bergamo con la recente mostra delle opere grafiche di Gianfranco Ferroni. Una sinergia che permetterà nel 2017 di progettare altri eventi incentrati sul linguaggio dell’incisione con l’esposizione di lavori di artisti straordinari quali Manet e Goya. Inoltre sarà pubblicato, in occasione di una giornata di studio dedicata a Rembrandt e alla grafica d’arte, un catalogo per l’editore Baskerville di Bologna nella collana I quaderni de l’Arca.

casa raffaello Congedo dell'arcangelo Rembrandt autoritratto

Erotismo e Sensualità nelle mostre di Urbino

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Si parla di Erotismo e Sensualità nelle mostre di Urbino aperte al pubblico dal 30 marzo al 28 giugno 2015 

Le tre esposizioni sono:

  • “Artemisia Gentileschi. Cleopatra”;
  • “Rops e Mannelli. Incantazioni e anatomie dello spirito”;
  • “Prospero Fontana. Resurrezione”.

La prima sala del Castellare di Palazzo Ducale ospiterà quindi  “Cleopatra”, un capolavoro giovanile di Artemisia Gentileschi (1593 – 1653).  «Questa Cleopatra -scrive Vittorio Sgarbi nel catalogo che accompagna l’esposizione “è un paradigma di realismo“: la lezione della piena maturità del padre è infatti travolta da un vero e proprio innamoramento per Caravaggio, sia pure senza indulgerne nei soggetti. E anzi con un ribaltamento sessuale. Il corpo ignudo e lascivo è, in Caravaggio, di regola, maschile: dall’Amore vincitore al San Giovanni Battista. Artemisia, naturalmente, traduce quella ispirazione con una sensualità al femminile. E l’impatto è ancora più forte, più evidente, sia rispetto ai moduli delle Veneri o delle Danae tizianesche (per non dire delle ignude bronzinesche), sia rispetto a quelli più vicini, quando non perfettamente contemporanei, di Guido Reni, di Guercino e dello stesso Orazio. Se osservate qui sotto il paragone tra la classicissima Cleopatra di Guercino di Palazzo Rosso di Genova (a destra) noterete l’elegante languore, l’equivalente pittorico del melodramma. Artemisia ribalta tutto. Il suo realismo è assoluto, imminente, senza nessuna concessione lirica o intimistica. Perfino Caravaggio si mostra più prudente, mentre Cagnacci persegue una sensualità intellettuale, sofisticata. Raramente un nudo ha rinunciato nelle forme e nella posa a ogni esterna gradevolezza. Noi, di questa Cleopatra, sentiamo gli odori, il sudore, la puzza.

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Negli altri spazi del Castellare avremo “Rops e Mannelli. Incantazioni e anatomie dello spirito”: le incisioni di Felicién Rops (1833 – 1898) con i suoi raffinati soggetti ricchi di erotismo, che saranno abbinati alle illustrazioni, con medesimo tema, dell’autore contemporaneo Riccardo Mannelli (1955).
«Già solo a considerare le rispettive traiettorie esistenziali appare destino che Rops e Mannelli s’incontrassero in una mostra –si legge nel catalogo–  tante e tali sono le affinità tra le vite dei due che, pur tese a quasi un secolo di distanza, viene da considerarle perpendicolari più ancora che parallele. Le similitudini nell’erotismo e nella spiritualità risuonano sin nelle origini personali: provinciali entrambi, se ne sono andati ciascuno a stabilire il proprio genio nelle capitali del mondo più a tiro, Parigi e Roma, nella vita della grande città preservando gelosamente una genuinità e un gusto per il guaio, la battuta di spirito, tipici dei luoghi piccoli e periferici, dove la vita può ancora attingere a una dimensione minimamente mitologica grazie all’ingenuità che vi residua. Anche gli spiriti sulfurei che contraddistinguono i lavori del belga e dell’italiano hanno trovato la medesima via per raffinarsi e depositare, ovvero la satira».

Schermata 2015-04-06 alle 09.14.48 copy        Riccardo-Mannelli-a-Urbino       Mannelli e Rops a Urbino

 

Nell’Oratorio di San Giuseppe sarà invece collocata una magnifica  “Resurrezione” (cm 168,5 x 129) di Prospero Fontana (1512 – 1597), opera ‘ospite’ a Urbino,  proveniente dalla mostra “Da Cimabue a Morandi” attualmente in corso a Palazzo Fava a Bologna.
Come scrive Vera Fortunati «Le notevoli dimensioni del dipinto giustificano l’ipotesi che la tela sia stata commissionata come una pala d’altare. Una pala d’altare affascinante quanto insolita. Nella notte cupa e silenziosa, bello e solenne come un eroe mitico, il Cristo vittorioso sulla morte, esce dal sepolcro scoperchiato, avvolto in un teatrale drappo rosso (…). E’ un’interpretazione iconografica del racconto evangelico che si allontana dalla versione più tradizionale (…)».

Tratto da: “Il resto del Carlino”.

Per vedere un po’ di Erotismo e Sensualità nelle mostre di Urbino, puoi anche prenotare una visita guidata dedicata.
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“La Muta” torna a far parlare di se

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“La Muta” di Raffaello è tornata di nuovo ad Urbino dopo oltre un anno di restauri, ed è possibile ammirarla nella Sala dei Banchetti di Palazzo Ducale, fino al 5 maggio, prima di tornare nella collocazione in cui si trovava in origine, ovvero, l’Appartamento della Duchessa sempre ad Urbino.

Per questa occasione è stato presentato il percorso del restauro del dipinto La Muta, effettuato dall’Opificio delle Pietre Dure di Firenze, che ha dato vita alla realizzazione di un volume dedicato.

Il capolavoro del grande pittore Raffaello da Urbino aveva fatto una trasferta in Giappone grazie all’intervento della tv nazionale Yomiuri Shimbun, che ha finanziato anche parte del restauro, per poi approdare nei laboratori di Firenze.

Qui La Muta è stata al centro di un progetto volto alla conservazione del dipinto, ma sopratutto della cornice, attaccata dai tarli. «Ogni intervento di questo tipo – ha commentato Marco Ciatti, soprintendente dell’Opificio – è un incontro tra noi e l’opera d’arte che ci permette di avere una conoscenza più precisa. In questo caso c’erano voci contrastanti sull’attribuzione a Raffaello. L’approfondimento che siamo riusciti a fare ci ha consentito di fugare ogni dubbio. Le sottilissime velature usate, che rendono una nobiltà unica nell’immagine, sono indiscutibilmente del grande pittore urbinate. Il restauro – ha aggiunto – è soltanto l’ultimo step di un lavoro di conservazione più ampio. Abbiamo infatti tre frecce nel nostro arco: la conservazione preventiva, la manutenzione, il restauro».

Il professor Ciatti ha poi rimarcato un aspetto innovativo: «Con “La Muta” abbiamo utilizzato un modello sperimentale di Tac che rispetto a quello sanitario permette di effettuare la scansione semplicemente girando attorno all’opera. Un tipo di analisi che ci dà molte più informazione di una radiografia».

L’operazione ha prodotto risultati di eccezionale interesse: le indagini diagnostiche, grazie all’uso di tecnologie molto avanzate, hanno fornito dati a cui fino ad ora non si era potuto avere accesso, sulle modalità e i materiali utilizzati e sulle condizioni di conservazione; la lieve pulitura – intervento di particolare delicatezza data la natura degli strati pittorici – ha portato a una nuova visione della pur così conosciuta immagine. I tratti del volto, dalle linee purissime, la raffinatezza dei dettagli, la pienezza dei volumi e delle stesure di colore riconducono con nuovo vigore alle straordinarie doti pittoriche di Raffaello da Urbino.

 

la muta di raffaello

Molte sono state le vicende dell’opera A partire dal 1666 dove si trovava nell’inventario dell’eredità del cardinale Carlo De Medici passando per la lunga controversia sul diritto di proprietà tra Urbino e Firenze, a colpi di appelli, lettere e ricorsi, la questione fu risolta dal duce Mussolini, che riassegnò la proprietà a Urbino. Nella disputa alla tavola tra le due città rientra anche una lettera a firma del sindaco di Urbino Franco Del Vecchio (dal 20 agosto 1945 al 22 marzo 1946), diffidente e preoccupato di riavere dagli Uffizi «la dama con la crocetta sul petto». L’opera venne persino trafugata nel furto del secolo del 6 febbraio del1975, insieme alla Madonna di Senigallia e alla Flagellazione di Cristo di Piero della Francesca: tutte le opere, compresa La Muta, vennero recuperate dai Carabinieri a Locarno il 23 marzo 1976.

Sia il luogo d’origine che la committenza a dire il vero non sono finora attestate su base documentaria, per questo, non si può escludere con assoluta certezza che l’opera, databile alla fine del periodo fiorentino dell’artista, non provenga proprio da Firenze, commissionata da una famiglia locale (magari gli Strozzi), piuttosto che da Urbino, commissionata dai Della Rovere. Quest’ultima ipotesi è tuttavia accreditata dall’identificazione della raffigurata con Giovanna Feltria, figlia di Federico da Montefeltro e moglie di Giovanni della Rovere, patrocinatrice nel 1504 del soggiorno fiorentino dell’Urbinate o eventualmente con la figlia di lei, Maria della Rovere Varano.