“La Muta” torna a far parlare di se

la muta di raffaello

“La Muta” torna a far parlare di se

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“La Muta” di Raffaello è tornata di nuovo ad Urbino dopo oltre un anno di restauri, ed è possibile ammirarla nella Sala dei Banchetti di Palazzo Ducale, fino al 5 maggio, prima di tornare nella collocazione in cui si trovava in origine, ovvero, l’Appartamento della Duchessa sempre ad Urbino.

Per questa occasione è stato presentato il percorso del restauro del dipinto La Muta, effettuato dall’Opificio delle Pietre Dure di Firenze, che ha dato vita alla realizzazione di un volume dedicato.

Il capolavoro del grande pittore Raffaello da Urbino aveva fatto una trasferta in Giappone grazie all’intervento della tv nazionale Yomiuri Shimbun, che ha finanziato anche parte del restauro, per poi approdare nei laboratori di Firenze.

Qui La Muta è stata al centro di un progetto volto alla conservazione del dipinto, ma sopratutto della cornice, attaccata dai tarli. «Ogni intervento di questo tipo – ha commentato Marco Ciatti, soprintendente dell’Opificio – è un incontro tra noi e l’opera d’arte che ci permette di avere una conoscenza più precisa. In questo caso c’erano voci contrastanti sull’attribuzione a Raffaello. L’approfondimento che siamo riusciti a fare ci ha consentito di fugare ogni dubbio. Le sottilissime velature usate, che rendono una nobiltà unica nell’immagine, sono indiscutibilmente del grande pittore urbinate. Il restauro – ha aggiunto – è soltanto l’ultimo step di un lavoro di conservazione più ampio. Abbiamo infatti tre frecce nel nostro arco: la conservazione preventiva, la manutenzione, il restauro».

Il professor Ciatti ha poi rimarcato un aspetto innovativo: «Con “La Muta” abbiamo utilizzato un modello sperimentale di Tac che rispetto a quello sanitario permette di effettuare la scansione semplicemente girando attorno all’opera. Un tipo di analisi che ci dà molte più informazione di una radiografia».

L’operazione ha prodotto risultati di eccezionale interesse: le indagini diagnostiche, grazie all’uso di tecnologie molto avanzate, hanno fornito dati a cui fino ad ora non si era potuto avere accesso, sulle modalità e i materiali utilizzati e sulle condizioni di conservazione; la lieve pulitura – intervento di particolare delicatezza data la natura degli strati pittorici – ha portato a una nuova visione della pur così conosciuta immagine. I tratti del volto, dalle linee purissime, la raffinatezza dei dettagli, la pienezza dei volumi e delle stesure di colore riconducono con nuovo vigore alle straordinarie doti pittoriche di Raffaello da Urbino.

 

la muta di raffaello

Molte sono state le vicende dell’opera A partire dal 1666 dove si trovava nell’inventario dell’eredità del cardinale Carlo De Medici passando per la lunga controversia sul diritto di proprietà tra Urbino e Firenze, a colpi di appelli, lettere e ricorsi, la questione fu risolta dal duce Mussolini, che riassegnò la proprietà a Urbino. Nella disputa alla tavola tra le due città rientra anche una lettera a firma del sindaco di Urbino Franco Del Vecchio (dal 20 agosto 1945 al 22 marzo 1946), diffidente e preoccupato di riavere dagli Uffizi «la dama con la crocetta sul petto». L’opera venne persino trafugata nel furto del secolo del 6 febbraio del1975, insieme alla Madonna di Senigallia e alla Flagellazione di Cristo di Piero della Francesca: tutte le opere, compresa La Muta, vennero recuperate dai Carabinieri a Locarno il 23 marzo 1976.

Sia il luogo d’origine che la committenza a dire il vero non sono finora attestate su base documentaria, per questo, non si può escludere con assoluta certezza che l’opera, databile alla fine del periodo fiorentino dell’artista, non provenga proprio da Firenze, commissionata da una famiglia locale (magari gli Strozzi), piuttosto che da Urbino, commissionata dai Della Rovere. Quest’ultima ipotesi è tuttavia accreditata dall’identificazione della raffigurata con Giovanna Feltria, figlia di Federico da Montefeltro e moglie di Giovanni della Rovere, patrocinatrice nel 1504 del soggiorno fiorentino dell’Urbinate o eventualmente con la figlia di lei, Maria della Rovere Varano.

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